L’emicrania e le donne

donne ed emicrania

Emicrania, singolare femminile. Secondo gli ultimi studi del Censis ogni dieci persone colpite otto sono donne. E per nostra ulteriore fortuna cominciamo anche prima a soffrirne e arriviamo più tardi ad una diagnosi definitiva.

Secondo la ricerca del Censis “Vivere con l’emicrania”, condotta nel 2019, si evince che l’emicrania è 3 volte più frequente nelle donne, ne colpisce circa il 15,8% contro il 5% degli uomini. Dall’analisi emerge anche che l’universo femminile è penalizzato sia per l’età di esordio (in media a 21,4 anni di età, contro i 26,1 anni degli uomini), sia per la diagnosi. Se oltre la metà (58,9%) dei pazienti si rivolge al medico entro un anno dalla comparsa dei sintomi (gli uomini più delle donne), il 20,7% aspetta più di cinque anni. Sono proprio le donne a indugiare maggiormente. Il tempo medio per arrivare a una diagnosi è di 7,1 anni: 7,8 anni a livello femminile, solo 4,1 anni in ambito maschile. 

Leggere questo studio (cosa che vi invito caldamente a fare) mi ha fatto ragionare su due punti fondamentali: il fattore ormonale e il ritardo nella diagnosi.

Fattore ormonale

emicrania e pioggiaE’ palese che se l’incidenza dell’emicrania è tanto maggiore nelle donne gli ormoni devono essere un tratto distintivo fondamentale, anche perché tante altre differenze sostanziali tra noi non ci sono. Ho scoperto così che in un gruppo di ricercatori spagnoli, guidati dal professor Antonio Ferrer-Montiel dell’Università Miguel Hernàndez, ha pubblicato uno studio su Frontiers in Molecular Biosciences in cui si indica come fondamentale il ruolo degli estrogeni nel modulare il sistema trigemino-vascolare (quello alla base dell’emicrania). In pratica il testosterone degli uomini pare proteggere dalle emicranie, mentre altri tipicamente femminili (oltre agli estrogeni, i progestinici e la prolattina per esempio) sembrano favorirle. Insomma, la solita fortuna. Crampi, brufoli, umore altalenante, e tutto ciò che deriva dal normale ciclo non bastavano giusto?

Secondo la ricerca questo passaggio potrebbe perfezionare la cura con gli anticorpi monoclonali che oggi stanno ottenendo buoni risultati ma possono essere integrati dallo studio sugli estrogeni. 

Ritardo nella diagnosi

Secondo il rapporto del Censis c’è poi un secondo elemento che emerge: quello del ritardo nella diagnosi. Principalmente questo è causato da una tendenza, maggiormente femminile, a “sopportare i sintomi”. Se un nostro affetto starnutisce appena spesso e volentieri ci trasformiamo in perfette crocerossine (anche perché di norma abbiamo una farmacia vera e propria in casa per cui chi meglio di noi). Al contrario, se i sintomi compaiono a noi finiamo per trascurare noi stesse, per rimandare a domani la visita, o i controlli. A ciò va poi aggiunto quella ampia fetta di noi che è restia a palesare un male che la società non può vedere e spesso minimizza o ridicolizza. Per questo molte decidono di nasconderlo, e così finiscono per trascurarlo portandolo a peggiorare. Solo il 28,1% dei pazienti che si rivolgono ai centri cefalea hanno avuto la diagnosi entro un anno dai sintomi, il 30,5% tra 2 e 5 anni, il 23,4% più di dieci.

Di questi ultimi la netta maggioranza sono donne.

«L’emicrania è un dolore senza materia, non si vede e non si può obiettivare»,

così Gianluca Coppola, ricercatore neurologo del Dipartimento di Scienze e Biotecnologie Medico-Chirurgiche della Sapienza, ha descritto la Bestia. E non c’è nulla di più vero. L’invisibilità di questa condizione  fa si che spesso chi ci circonda non ne capisca la gravità. Non è un braccio rotto, la cui traccia del dolore è visibile grazie ad un osso spezzato o un gesso. E questo fa si che per molti di noi sia difficile aprirsi e condividere la propria situazione. Il timore è sempre quello di non essere creduti o di sentirsi ripetere la simpaticissima frase “dai, quante storie, è solo un mal di testa!”.

Io stessa prima di rivolgermi ad un neurologo sono dovuta arrivare ad avere una crisi violentissima, il 25 dicembre, a casa del nonno del mio moroso, davanti a tutta la sua famiglia, con sosta finale in mezzo alla tangenziale per vomitare… Avevo 20 anni, andavo avanti ad Aulin e non capivo cosa stava succedendo al mio corpo che continuava a peggiorare, da anni.

Fare le eroine non serve

Questo è essenzialmente ciò che ci frega. Avere un male che non si può toccare, che è difficile da spiegare porta molte di noi a tenerlo nascosto per paura dell’incomprensione, del giudizio o semplicemente del fatto che

“Tanto cosa vuoi che ci si possa fare”. speranza

“Tanto mi viene solo qualche volta”.

“Io posso resistere”.

“Vedrai che poi passa”.

“Tengo duro”.

“Ce la faccio”.

“Dal dottore è inutile che ci vado”.

“Non mi capisce, nessuno mi capisce”.

“Non ci sono cure, è inutile tentare”.

Il ritardo nella diagnosi passa attraverso le nostre paure. Attraverso una società che non conosce questa malattia e quindi la respinge.

Noi, che la conosciamo bene, non possiamo permetterci di fare gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia.

Dal luglio 2020 l’emicrania è stata riconosciuta come malattia sociale ma non basta la pubblicazione sul Gazzettino Ufficiale per toglierci il marchio di malati immaginari, per spingere le nostre colleghe emicraniche a non avere paura di dire di cosa soffrono, ad andare dal neurologo per provare a trovare una soluzione. Ci vuole un po’ d’impegno da parte nostra. E’ difficile, il cambiamento non avverrà in un minuto o in un mese, ma ne abbiamo bisogno. E soprattutto ne abbiamo diritto.

 

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